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Da fine giugno abito presso l’eremo di Cerbaiolo, nel comune di Pieve Santo Stefano, diocesi di Arezzo Sansepolcro, Cortona.

Eremo ricco di storia e spiritualità, che ha le sue origini benedettine nell’VIII sec. e che fu consegnato nelle mani di francesco d’Assisi nel 1217 e santificato dalla presenza di Antonio da Padova. Le pietre raccontano le sue vicissitudini di gloria e ferite fino alla distruzione del 1944 e il suo risorgere alla metà degli anni 70 per opera di suor Chiara Barboni, che abitò qui: “eremita pastora” per 42 anni fino alla sua dipartita nel 2010.

L’eremo evoca un luogo di difficile accesso, isolato, un deserto. Nella sua etimologia richiama l’interiorità dell’uomo, anch’ esso un luogo, oggi di difficile accesso. Un luogo non visitato, che si tende ad evitare per non incontrarsi, per paura di dover fare i conti con le proprie zone d’ombra, ferite e demoni che ci abitano. Passato, paure e ferite che continuano a condizionarci a bloccarci la vita. Il deserto è anche il luogo della libertà e della verità. Il luogo che ci spoglia del superfluo, che ci chiede leggerezza e quindi di portare tutte quelle cose, relazioni, situazioni, atteggiamenti, scelte, vissuti che sono ormai privi di vita impediscono al nuovo di sbocciare.

In ebraico deserto si dice midbar, che letteralmente vuol dire luogo della parola, dalla radice dbr da cui dabar, parola. Deserto è il luogo dove accade la parola, quella di dio, voce di un silenzio sottile e quelle della vita che vengono gestate nella taciturnitas, come in un grembo. Oggi in un tempo di parole consumate, urlate violente, abusate nel loro significato, rese insignificanti dal loro continuo ammucchiarsi di voci e di slogan, c’ è bisogno della taciturnitas.  Un silenzio che pensa le parole, le forma dentro prima di pronunciarle. Perché le parole nutrono la vita e ci rendono umani. Le parole vanno prima sentite dentro, le parole vere sono quelle che sudiamo e che servono a costruire, proprio come pietre, relazioni, comunicazioni sane che portano avanti la vita, costruiscono ponti, possibilità d’incontri, scambi, ricchezza di umanità, il deserto è il luogo dove si ascolta Dio, se stessi, gli altri, dove si prende coscienza, come dicono i rabbini, che Dio ci ha creati con   due orecchie , una bocca… segno che dovremo ascoltare di più e parlare di meno.  Perché solo una parola masticata digerita nella interiorità attraverso il silenzio, sarà nel suo dirsi capace di comunicare, incarnare la vita e ridare dignità alla facoltà esclusivamente umana del parlare.

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